Recensioni: Odessey and Oracle che?4 min di lettura

Cosa hanno in comune Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Pet Sounds e Odessey and Oracle?


La risposta è facile: tutti e tre sono capolavori psichedelici della seconda metà degli anni Sessanta. È quasi certo che nella vostra vita vi siate imbattuti almeno una volta nelle eccentriche divise fosforescenti dei Beatles, o che abbiate ascoltato la Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys, magari mentre la passavano in radio, in macchina, e che abbiate pensato fosse una canzone che conoscete da sempre, inesauribilmente rasserenante in tutta la sua innocenza. Magari poi avete anche cambiato distrattamente stazione, ma non è questo il punto.


Di Odessey and Oracle invece, il capolavoro degli Zombies, non ne parla quasi nessuno. Eppure musicalmente ritengo abbia lo stesso valore di un Sgt. Pepper’s o di un Pet Sounds, album che hanno ottenuto grandi riconoscimenti nel corso del tempo. E se vi state chiedendo perché, siate consapevoli che la vostra è una bella domanda.


Gli Zombies sono quintetto britannico originario di St Albans, nei pressi di Londra. Nella prima parte della loro carriera gli Zombies cavalcano l’onda della British Invasion, il fenomeno culturale che sfruttava il successo dei Beatles per smerciare prodotti musicali che ricordassero il loro sound. E agli Zombies all’inizio va bene: vincendo un concorso, vengono assunti dalla Decca Records, la casa discografica che aveva rifiutato i Beatles agli esordi, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di rimediare a questa imperdonabile perdita.

Il loro primo singolo She’s Not There, pubblicato nel 1964, è un successo: primeggia nelle classifiche, è apprezzato dal grande pubblico per il suo ritornello in falsetto e per la miracolosa tastiera di Rod Argent, dai toni quasi jazz. Ma è un tempo di cambiamenti, e, assieme al contesto nel quale sono immersi, si evolve anche il modo di fare musica: come una manifestazione di un animo rivelato, nasce il rock psichedelico (dal greco: ψυχή, psyché, “anima” e δηλῶ., dēlô, “rivelo”).

La musica degli Zombies progredisce in una forma elegantissima: le melodie barocche di Argent alla tastiera si incastonano con esattezza nei giri di basso, con le chitarre limpide e la voce di Colin Blunstone. Prontissimi a conquistare le classifiche dell’Inghilterra, del mondo o dell’universo, vengono puntualmente scaricati dalla loro casa discografica, dando inizio ad una catena di sfortune. Così nasce Odessey and Oracle.

La band finanzia a proprie spese l’intero album, registrato dalla prima all’ultima traccia negli Abbey Road Studios a Londra, i famosi studi di registrazione che hanno portato più fortuna ai Beatles o ai Pink Floyd, piuttosto che a loro. Sulla copertina, tra spirali e fronzoli chiassosamente appariscenti, eccolo, un innegabile errore ortografico: “Odessey” al posto di “Odyssey”. Colpa del compagno di stanza di Chris White, il bassista, al quale era stato affidato l’incarico di disegnare la copertina dell’album. E così, la mancata citazione omerica degli Zombies, diventa una svista difficile da giustificare, oltre che un cattivo auspicio.

L’album all’inizio fu un fallimento commerciale, tanto che la band si sciolse. Ma qualche anno dopo, una lenta rinascita ha portato alla riscoperta di Odessey and Oracle, che ha raggiunto il successo proprio quando gli Zombies non esistevano più e i membri stavano intraprendendo carriere da solisti.

L’album è stato composto interamente dagli autori più attivi del gruppo, Rod Argent e Chris White. Uno spirito ottimistico fluisce nei temi principali: la memoria e il sogno (Beechwood Park, Hung Up On A Dream, Brief Candles), l’amore e l’estate (Care of Cell 44, I Want Her She Wants Me, Maybe After He’s Gone, A Rose For Emily) l’amicizia scanzonata, (Friends of Mine) e la seduzione, nella provocante (per i tempi) Time of The Season. Odessey and Oracle è un atto di delicatezza. Gli episodi, gli arrangiamenti, i testi sono di tenue morbidezza, accarezzano l’ascoltatore prendendolo per mano e accompagnandolo in un viaggio tra luoghi ameni, soleggiate giornate estive e amori difficili.

Nonostante l’album compia quest’anno ben 57 anni, rimane attuale, forse per l’universalità dei testi, o per le innovazioni musicali che racchiude: gioielli come questi, difficilmente invecchieranno.

Invito quindi dare una possibilità a questo album e ad affrontare il nuovo anno appena iniziato con lo spirito fiducioso di This Will Be Our Year, la nona traccia.

This will be our year

Took a long time to come

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